Punish Freedom by Death

Un Jéaccuse sul linguaggio della Prosecuzione ha tentato oggi di giudicare guerra, memoria e il significato stesso della liberazione prima che la Corte parlasse a Baton Haxhiu qualche volta quando l'uomo non scriveva per convincere gli altri. È scritto non tradire quello che ha visto con i suoi occhi. Guerra KLA. Ho sentito [...]
Ci sono momenti in cui una persona non scrive per convincere gli altri. È scritto non tradire quello che ha visto con i suoi occhi. Guerra KLA.
Ho sentito l'ultima parola dell'accusa nell'Aia, e per qualche minuto non ho più sentito un'accusa. Ho sentito una storia su una guerra che ho visto con i miei occhi, ma non l'ho più riconosciuto come era stato descritto. Non erano solo quattro persone in quella stanza. Un'intera storia è stata raccontata in una lingua che suonava straniera, fredda e pericolosa allo stesso tempo. E quando gli fu chiesto 45 anni di prigione per tutti, capii che quello che stava accadendo non era più un monologo legale. E' stato un incidente di memoria. Un tentativo di confessare la libertà con un dizionario che non gli appartiene.
Oggi non parlo come un giornalista. Neanche come Baton. Parlo come un uomo che ha visto quella guerra con gli occhi. Vedendo gli uomini in fango nelle loro scarpe, il loro taglio di sonno, i loro volti non appartenevano più alla vita ordinaria, ma un tempo in cui non c'era né nome né garanzia. E quando ho sentito l'accusa nell'Aia che cercava 45 anni di prigione per tutti, non sentivo rabbia. Ho sentito un vuoto freddo. Come quando ti rendi conto che qualcosa sta chiudendo nel modo sbagliato possibile.
Non sono gli anni che mi hanno scioccato. E' lingua. E' il narratore. E' il modo in cui hai parlato di guerra, gente, cos'e' successo. Non sembrava essere un'accusa contro gli individui. Sembrava una descrizione di una storia che ho vissuto, ma non l'ho più saputo dal modo in cui stava confessando.
In quella stanza, per qualche minuto, la libertà sembrava essere al molo.
Ed è allora che ho capito qualcosa che avevo scritto dal 2018, ma l'ho sentito fino alle mie ossa oggi. Il pericolo non era legale. Il pericolo era morale. Psicologica. Storica. Il pericolo era che la lingua di un procuratore diventasse storia.
Quindi oggi non ho una reazione. Ho una chiamata.
Ti sbagli.
Prima, contro il Procuratore. Non al giudice. Perche' la corte non ha ancora parlato. Ma oggi la lingua processuale era un atto in sé. Un atto che ha superato il record, che ha superato quello che ha toccato la guerra, ha toccato la nostra memoria, ha toccato ciò che è chiamato liberazione per noi. Una lingua che non si prendeva cura del peso storico di quello che stava descrivendo. Una lingua che, piuttosto che essere sterile, giudiziaria, fredda, ha confessato.
E secondo a coloro che testimoniano falsamente. E a quegli albanesi che, per odio delle élite, per frustrazione, volevano vedere i politici al molo dell'accusato, cercarono questo processo senza rendersi conto di quello che stavano mettendo sul tavolo. Non stavano solo mettendo dei nomi. Hanno inventato la loro storia. Stavano preparando la loro battaglia. Stavano creando il senso stesso della libertà.
Terzo, contro la Serbia. Perche' oggi non ho sentito solo un procuratore nell'Aia. Ho sentito una lingua spaventosa con l'eruzione che Belgrado fa da 25 anni. Una lingua in cui la KLA non è più un movimento di liberazione, ma una struttura criminale. Una lingua in cui la guerra non è più una risposta all'oppressione ma una fonte di crimine. Una lingua in cui la storia è accuratamente rovesciata.
E questa partita non è una coincidenza. E' un allarme.
Li conoscevo. Li ho visti in guerra. Li ho visti da vicino, non appena non puoi dimenticarli. Li ho visti, non come politici, ma come persone in un vortice che non hanno scelto, ma non possono evitarlo. E oggi, quando ho sentito quella proposta, non ho più visto le loro facce. Ho visto i volti di quei ragazzi senza nome, di quelle donne che portavano acqua, di quelle famiglie che aprivano le porte agli sconosciuti. Ho visto tutto quel tempo che è stato menzionato oggi in un tono che pensavo fosse uno sconosciuto.
Ecco perche' lo dico con il cinismo doloroso.
Perche' non condannate la liberta' alla morte?
Perché 45 anni ciascuno non è solo una richiesta di punizione. È una frase che suona come una condanna simbolica di ciò che la libertà era per noi. E se questa è la lingua con cui quel tempo sarà confessato, allora è meglio che tu sia sfocato. Che non ci sono solo quattro persone al molo. E' una storia. Un ricordo. Una verità vissuta.
La corte non ha ancora parlato. Ed e' esattamente quello che spero. Perché solo una corte può chiarire la vergogna della lingua oggi. Solo una decisione giusta può fermare questa diapositiva in cui l'accusa inizia a scrivere storie.
Oggi non sono arrabbiato. Sono scioccato. E questo è più pesante.












